
Scopri dei passi immediati e semplici per ritrovare te stessa, anche se oggi ti senti smarrita, con la guida gratuita!
Questo e-book gratuito è pensato per donne che vogliono ritrovare se stesse, che si sentono smarrite e vogliono ritrovare la fiducia in se stesse, nel proprio sentire e una direzione chiara e appagante nella loro vita.
Capirai che per vivere una vita leggera e ricca di senso non è necessario stravolgere la tua quotidianità con grandi sforzi ed impegni
Scoprirai quali sono le “trappole” in cui non ci accorgiamo di cadere e che ti allontanano da ciò che desideri
Potrai iniziare subito a muovere i primi passi verso la direzione che desideri, con brevi e semplice pratiche, che ti faranno sentire più fiduciosa e sicura in te stessa e in ciò che senti



Mi chiamo Sara Ornaghi, sono Psicologa-Psicoterapeuta e Arteterapeuta clinica. Da anni accompagno donne che si sentono smarrite, vivono momenti di sconforto, hanno perso la fiducia in se stesse e nel proprio sentire, a sentirsi nuovamente vitali, sicure di sé e a dirigere la propria vita verso ciò che desiderano. Accompagno le donne nel processo di trasformazione con un approccio complesso, che integra la parola con tecniche di scrittura guidata, tecniche immaginative, artistiche, corporee e respirazioni. La scelta di questa complessità è determinata dalla mia formazione ed esperienza clinica – psicodinamica, psicosomatica e arteterapeutica – , dal desiderio di fornire strumenti differenti, rispettando le caratteristiche uniche di ciascuna persona, e dall’esperienza personale nell’utilizzo di tali tecniche nel mio continuo lavoro di ricerca personale.

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Con il termine fiducia intendiamo un sentimento di speranza sicura: la sensazione profonda che una nostra aspettativa possa essere accolta e soddisfatta.
La parola deriva dal latino fidere, “avere fiducia”, da cui nascono termini come fede, affidamento, confidare, fidanzarsi, ma anche il suo opposto: diffidenza, perfidia. Già nella sua origine linguistica, la fiducia parla di legame, di relazione, di apertura all’altro.
È importante distinguere la fiducia dalla fede.
La fede trascende l’esperienza diretta: è un atto che non necessita di prove. La fiducia, invece, si costruisce nel mondo reale, attraverso l’incontro con l’altro e il riscontro delle nostre aspettative. Ci fidiamo quando conosciamo, quando abbiamo fatto esperienza della buona intenzione, della competenza, della sincerità di una persona.
Possiamo avere uno sguardo fiducioso verso il mondo e verso gli altri, oppure essere più guardinghi e aver bisogno di molte conferme prima di affidarci.
Allo stesso modo, possiamo avere fiducia in noi stessi oppure dubitare profondamente delle nostre capacità, del nostro valore, dei nostri pensieri ed emozioni. Possiamo sentirci “non abbastanza”: non abbastanza bravi, competenti, all’altezza. Quando questo accade, tendiamo a ritirarci, a ridimensionarci, a rimanere intrappolati in pensieri ripetitivi sul passato o in uno stato d’ansia per un futuro che non riusciamo a controllare.
Ma da dove nasce, davvero, la fiducia in noi stessi?
Il nostro corpo è un sistema complesso e straordinariamente intelligente, modellato dall’evoluzione per garantire la sopravvivenza.
Il sistema nervoso autonomo regola costantemente, e in modo inconsapevole, funzioni vitali come il respiro, il battito cardiaco, la temperatura corporea. Ma non solo: il suo compito principale è quello di garantirci un senso di sicurezza.
Il sistema nervoso valuta continuamente, 24 ore su 24, gli stimoli provenienti dall’ambiente esterno per aiutarci a mettere in atto comportamenti adeguati: ci allontaniamo da ciò che percepiamo come pericoloso e ci avviciniamo a ciò che sentiamo come sicuro. Questo vale non solo per i pericoli fisici, ma anche per le relazioni.
Essendo esseri sociali, il sistema nervoso dei mammiferi – e quindi anche dell’essere umano – si è evoluto per valutare rapidamente se una relazione è sicura o meno. L’ingaggio con l’altro non è un lusso: è una necessità biologica.
La fiducia in noi stessi prende forma molto presto, nelle prime relazioni con le figure di accudimento, e lascia una traccia profonda nel corpo.
Si tratta di una memoria implicita, non cosciente, che influenza l’attivazione del nostro sistema nervoso e il nostro funzionamento psichico.
Prova a immaginare di essere un neonato.
Dopo la nascita ti ritrovi in un mondo fatto di freddo, fame, rumori intensi, luci abbaglianti, sensazioni sconosciute. Prima non era così: c’era un ambiente caldo, contenitivo, in cui ogni bisogno veniva soddisfatto senza sforzo. Ora il tuo corpo prova disagio, ma non hai ancora un pensiero che possa dare senso a ciò che accade. È il corpo a parlare, ed è l’istinto di sopravvivenza ad attivarsi.
Da solo non puoi fare nulla.
La tua sopravvivenza dipende completamente da un altro essere umano.
Quando il bisogno viene accolto, il sistema nervoso si calma, il corpo si rilassa, emerge una sensazione di sicurezza. Quando questo non accade, il sistema nervoso si attiva e rimane in allerta.
Con la crescita, questa dipendenza non scompare: cambia forma.
John Bowlby, psicoanalista e teorico dell’attaccamento, ha descritto l’attaccamento come un sistema dinamico che ha lo scopo di garantire sicurezza e protezione al bambino. Quando l’attaccamento è sufficientemente buono, si costruisce una base sicura che permette di sentirsi degni d’amore e di sviluppare fiducia in sé e negli altri.
Il bambino rimane dipendente dall’adulto per molto tempo.
E poiché non può fare a meno della figura di riferimento, farà tutto ciò che è in suo potere per mantenere la relazione, anche a costo di silenziare i propri bisogni emotivi, le proprie paure, i propri desideri. Essere amati non è solo un bisogno psicologico: è una necessità biologica.
Ma cosa significa, concretamente, sentirsi amati?
Significa avere accanto un adulto capace di sentire ciò che il bambino prova, di dargli un significato, di tenerlo nella propria mente così com’è.
Significa essere visti nella propria intimità emotiva, accolti e rispecchiati. In questo modo il bambino fa esperienza di essere efficace nella relazione: ciò che esprime ha senso, viene riconosciuto, ha valore.
Da qui nasce la fiducia: la sensazione profonda che ciò che sento, penso e faccio meriti ascolto e considerazione.
Quando questo processo viene meno, il sistema nervoso si attiva.
Il bambino può iniziare a sentire, anche senza parole: “non vado bene così”, “non sono voluto”, “quello che sento non è accettabile”. Ma non può allontanarsi: la persona da cui dipende è anche quella che lo ferisce o non lo riconosce.
Questo paradosso è un’esperienza comune. Tutti viviamo relazioni in cui amore e dolore coesistono. Tuttavia, quando il mancato riconoscimento diventa frequente, il bambino perde progressivamente il contatto con il proprio sentire. L’attenzione si sposta all’esterno: come devo essere per essere amato?
Questa allerta costante si imprime nel corpo come memoria implicita e continua a influenzare la percezione di sé e delle relazioni anche in età adulta.
Si fa fatica a sentirsi sicuri, a fidarsi del proprio giudizio, a riconoscere ciò che è giusto o sbagliato per sé. Il valore personale viene cercato nello sguardo dell’altro, nell’approvazione, nel riconoscimento esterno.
In una società che valorizza la performance, l’immagine e l’efficienza, questa ferita può riattivarsi facilmente. Quando la fiducia in noi stessi è fragile, diventiamo più vulnerabili ai modelli proposti dall’esterno e rischiamo di allontanarci ancora di più dal nostro sentire autentico, nel tentativo di ottenere quell’approvazione che è mancata.
Il corpo, intanto, continua a portare con sé la memoria di una dipendenza originaria e di un’accettazione non pienamente ricevuta.
Non si tratta di accusare le figure di accudimento.
Sono esseri umani, spesso a loro volta portatori di storie di mancato riconoscimento. Il lavoro più profondo è un altro: riconoscere ciò che non abbiamo ricevuto, i bisogni emotivi rimasti inascoltati, i diritti affettivi negati.
Riconoscere, nel senso più autentico del termine: sentire dentro di sé.
Integrare ciò che è rimasto sospeso, dare spazio agli affetti caduti nel vuoto, imparare gradualmente ad ascoltarsi, a rispecchiarsi, a prendersi cura di sé.
Non per diventare perfetti, ma per tornare interi.
Perché non dobbiamo essere perfetti per essere amati.
E non dobbiamo esserlo nemmeno per essere degni di attenzione, ascolto e fiducia.
Sara Ornaghi – Psicologa
Professionista iscritto all'Albo degli Psicologi della Regione Lombardia n. 12297
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