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La memoria di Sé

January 26, 20265 min read

La memoria di Sé

La nascita della nostra identità nel corpo e nella relazione con l’altro

Ognuno di noi porta dentro di sé una storia. Non è solo il ricordo degli eventi vissuti, ma un racconto interiore, incarnato nel corpo, che dona forma alla nostra identità. La memoria, in questo senso, non è un semplice archivio mentale del passato, ma il modo in cui l’esperienza prende significato nel sentire corporeo.

Fin dall’antichità si è intuito quanto la memoria fosse centrale per la costruzione dell’identità. I Greci la personificavano in Mnemosine, madre delle Muse, a indicare che ogni atto creativo nasce dal ricordare. Anche per Platone, l’anamnesi non è un recupero meccanico di informazioni, ma un riconoscimento profondo: ricordare significa entrare in contatto con ciò che ci appartiene intimamente.

In psicologia, quando si parla di anamnesi, non ci si riferisce solo a una sequenza di fatti biografici. Raccontare la propria storia significa dare voce a emozioni, immagini, sensazioni corporee, modi di stare in relazione. La memoria di una vita si manifesta non solo nelle parole, ma anche nel corpo, nel tono della voce, nello sguardo. È una memoria incarnata.

La memoria, oggi, dopo numerosi studi delle neuroscienze, viene intesa come un processo dinamico che si struttura a partire dalle prime esperienze, soprattutto quelle relazionali. Nei primi anni di vita, il bambino è completamente dipendente dall’altro. I suoi bisogni primari non riguardano solo il nutrimento fisico, ma anche l’accudimento emotivo, il riconoscimento e la possibilità di sentirsi al sicuro. È nella risposta del caregiver a questi bisogni che si pongono le basi del senso di Sé, della fiducia in se stessi, della possibilità di riconoscere i propri bisogni e riuscire a mettere confini sani.

Prima che il bambino sia in grado di ricordare consapevolmente ciò che gli accade, il suo cervello registra le esperienze in forma implicita. Queste memorie precoci non sono fatte di parole o immagini mentali, ma di sensazioni corporee, emozioni, stati di attivazione o calma. Sono memorie silenziose, ma potentissime, che influenzano il modo in cui ci percepiamo e ci relazioniamo al mondo nel presente, senza che ce ne rendiamo conto.

Lo psicologo Erik Erikson ha descritto questo periodo come il tempo in cui si costruisce la fiducia di base. Se il bambino sperimenta una presenza stabile, prevedibile e accogliente, sviluppa un senso profondo di fiducia nella vita e negli altri. Questa fiducia non è un’idea, ma una sensazione corporea di sicurezza che diventa parte integrante della personalità. Quando invece le risposte dell’ambiente sono incoerenti o insufficienti, può emergere una sfiducia di fondo, che segna il modo di stare nelle relazioni future.

Per risposte incoerenti o insufficienti non è necessario pensare a gravi maltrattamenti, abusi, traumi oggettivi e riconoscibili da tutti. Le ultime ricerche neuropsicologiche, di Allan Shore, e psicologiche, di Cesare Albasi, ci parlano di “mancata sintonizzazione” e “mancato riconoscimento”, intendendo in tal senso la difficoltà dell’adulto di riferimento di sintonizzarsi sui bisogni emotivi profondi del bambino. La relazione tra cargiver è bambino si fonda non sulla parola, ma su un sentire corporeo. Solamente quando l’adulto è in grado di accogliere e tenere dentro di sé i vissuti emotivi del bambino, regolarli e donargli significato, il bambino potrà costruire una psiche in grado di pensare se stesso, comprendere i suoi stati emotivi, fidarsi di ciò che sente e donare senso ed orientamento alla sua vita.

Piccole, apparentemente trascurabili, ma continue mancanze nel riconoscimento del bambino da parte dell’adulto fanno sì che emozioni antiche rimangano non elaborate, facendo vivere al soggetto, in età adulta, senso di vuoto, mancanza di significato, sfiducia, difficoltà relazionali o lavorative.

Wilfred Bion ha approfondito questi processi descrivendo il ruolo fondamentale del caregiver nel dare forma all’esperienza del bambino. Il neonato vive stati emotivi intensi e confusi, fatti di sensazioni corporee e tensioni difficili da comprendere. Attraverso la relazione, il caregiver accoglie queste esperienze, le comprende e le restituisce in una forma più tollerabile. In questo modo, il bambino impara gradualmente a riconoscere, organizzare e dare senso a ciò che prova. È così che le esperienze corporee e sensoriali diventano pensabili.

Ma quando l’adulto, anch’esso portatore di una sua storia ed una sua memoria, non è in grado di accogliere ed organizzare il mondo emotivo del bambino, quando non è in grado di portare nella sua mente e dare significato affettivo al comportamento del bambino, allora in età adulta si potranno avere difficoltà nel riconoscere le proprie emozioni, confusione e ruminio mentale e carenze nella comprensione delle relazioni. Si rimarrà dipendenti dal bisogno del riconoscimento altrui per garantirsi una buona autostima e una sana fiducia in se stessi.

Con la crescita, intorno ai due o tre anni, il bambino inizia a sviluppare la memoria autobiografica e la capacità di raccontare di sé. Questo processo avviene soprattutto attraverso la condivisione di storie con le figure di accudimento: racconti semplici, ripetuti, in cui il bambino è protagonista. Grazie a queste narrazioni condivise, emozioni ed eventi vengono collegati, permettendo la costruzione di un’immagine coerente di sé e della propria storia: si costruisce una solida e significativa percezione di sé, con confini saldi, che garantiscono un adeguato senso di sicurezza.

Il bisogno di riconoscimento, presente fin dall’inizio della vita, trova qui una forma simbolica: essere ascoltati, rispecchiati e narrati dall’altro consente di sentirsi degni di esistere, meritevoli di attenzione, fiduciosi. La memoria autobiografica diventa così il luogo in cui si intrecciano corpo, emozioni e significati, dando continuità all’esperienza.

La memoria di Sé non è dunque qualcosa di statico, ma un processo in continuo divenire. Raccontarsi, ricordare, rielaborare la propria storia significa mantenere vivo il dialogo con le parti più profonde di noi. In questo senso, l’anamnesi, la storia personale, non è solo un ritorno al passato, ma un modo per dare senso al presente e aprire nuove possibilità di trasformazione.

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