
Un percorso esperienziale in piccolo gruppo dedicato alle donne che desiderano tornare in contatto con sé, ascoltare il proprio corpo e riconoscere con chiarezza emozioni e bisogni.

Percorso individuale che ha lo scopo di recuperare il significato emotivo della propria storia personale e orientare la persona nella vita attuale, al fine di garantire un reale e duraturo stato di benessere, fondato sulla piena consapevolezza di se stessi.

Percorso di psicoterapia individuale volto ad esplorare il proprio mondo interno, partendo dalla storia personale, attraverso l’utilizzo integrato di colloqui, tecniche immaginative, scrittura guidata, espressione artistica, semplici pratiche di respirazione e corporee.

Workshop giornalieri (dal vivo) oppure on-line (durata circa 2 ore) rivolti a tematiche legate alla conoscenza di sé, presa di consapevolezza delle proprie emozioni, psicoeducazione. I percorsi integrano una parte teorica psicoeducativa e una parte esperienziale e di condivisione rispettosa, in cui vengono fornite tecniche da praticare in autonomia al fine di coltivare il benessere personale.

Percorsi di breve durata (8-10 incontri), individuali o in piccolo gruppo, della durata di 1h e 30 minuti, rivolti all’esplorazione di se stessi e del proprio mondo emotivo attraverso l’utilizzo di materiali artistici. NB: non sono richieste competenze artistiche!
Melissa è una donna di circa 50 anni. Giunge in terapia perché non si riconosce più, al nostro primo incontro mi dice “Non sono più me stessa!”.
Melissa è una donna lavorativamente affermata, ha una famiglia, degli amici eppure è costantemente assalita da uno stato ansioso, ruminio mentale e da qualche tempo ha cominciato a faticare nelle relazioni con gli amici di sempre, che trova superficiali e poco nutrienti. È completamente smarrita e non sa più come affrontare questo stato di malessere e senso di vuoto. Ha faticato a chiedere aiuto, pensando di poter risolvere tutto da sola, o che fosse un momento passeggero, ma si è resa conto di aver bisogno di aiuto.
Melissa è una donna estremamente razionale, pragmatica, ha svolto tutti i suoi compiti di vita in modo impeccabile: gli studi universitari, il matrimonio, i figli e le relazioni sociali. Ma il suo corpo soffre, parla per lei: qualche hanno fa le è stata diagnosticata una fibromialgia, che le porta grande affaticamento e dolori all’apparato osteoarticolare. Ha anche frequenti emicranie, che la costringono a fermarsi e a dipendere da antidolorifici.
Il suo corpo, i sogni che porta, la sua storia personale e ciò che racconta parlano di una profonda disconnessione col proprio sentire e del bisogno di essere profondamente amata. Un bisogno che Melissa non riconosce, che nega per la vergogna, perché convinta di “dover bastare a se stessa”. Il suo corpo rigido, teso dolorante, parla delle carezze mai ricevute, porta la memoria antica di una relazione con le figure genitoriali apparentemente perfetta - nella sua storia non ci sono maltrattamenti o trascuratezze gravi-, ma priva della possibilità di dipendere da un abbraccio incondizionato e dello sguardo profondo verso i suoi bisogni più intimi, che non è stato in grado di riconoscere i suoi affetti.
Melissa stessa non riconosce più ciò che sente. Per tutta la sua vita ha seguito, senza rendersene conto, un modello performante di iperadattamento alle richieste del mondo: guidata da uno spirito da guerriera corazzata ha raggiunto tutti gli obiettivi prestabiliti con determinazione…ma ha trascurato di coltivare il suo modo interno, ed ora quel corpo è divenuto una corazza rigida e dolorante sotto, la quale si muovono dolore, rabbia e vuoto.
Melissa non ha trascurato il suo mondo interno per incapacità, semplicemente non è in grado di ascoltarlo e sentirlo: nessuno le ha insegnato come fare, perché nessuno era in grado di farlo: anche i suoi genitori sono portatori di una storia di abbandoni.
È nella relazione terapeutica, che rispecchia e rimanda i sentimenti mai vissuti finora, che Melissa comincia ad abbandonare la sua corazza esterna per imparare ad ascoltare ciò che le accade dentro. Melissa ha bisogno di uno sguardo profondo, che veda ciò che vive, e del corpo di un altro che senta per lei e le rimandi elaborato il dolore che non è mai stata in grado di dire a parole.
Il nostro lavoro dura 9 mesi…una gravidanza! Melissa è rinata: ha preso consapevolezza di sé ed ora ha una fiducia solida in se stessa. Non una fiducia data dalla corazza che la sostiene dall’esterno, ma una fiducia intima, profonda, incarnata dentro di lei.
La fibromialgia non è “guarita”, ma il suo corpo è molto meno dolorante, le emicranie sono occasionali, l’ansia ed il ruminio mentale sono svaniti e, soprattutto, ora Melissa si sente pienamente se stessa, le energie emotive scorrono, la sua vitalità è più vera ed autentica, perché viene da sé, non da imposizioni esterne. Fare scelte non è più difficile, perché guidate da un sentire autentico e libero da ciò che prima non era conosciuto, ma che guidava inconsciamente la sua vita.
Elisa è una giovane ragazza di 20. È minuta, magra, con una muscolatura solida e ben definita, dovuta a lunghe sessioni di palestra e un’alimentazione rigidissima, che esclude qualsiasi grasso. Ha lunghi capelli neri e lisci e la pelle chiara. Indossa jeans attillati con pesanti anfibi neri. Sotto una giacca di pelle nera ha un golfino di un rosa delicato e porta con sé una piccola borsetta di vernice rosa con catenella dorata. Non ha trucco, ma indossa importanti orecchini a cerchio. La sua immagine parla di un conflitto tra una femminilità delicata ancora da scoprire e una corazza di durezza che la deve proteggere dall’esterno.
Elisa non sa dirmi cos’ha, solo non si sente bene: non riesce ad accedere al proprio mondo interno. Ha finito il liceo l’anno scorso e non vuole andare all’università, ma non sa che lavoro vorrebbe fare.
Elisa ha paura dei suoi sentimenti, non vuole mostrarli, perché la farebbero sentire debole e fragile di fronte agli altri, che potrebbero approfittarsene; per cui si dimostra sempre distaccata, fredda, controllante nelle relazioni. La sua immagine deve essere “dura”, gli addominali devono essere ben scolpiti a formare una tartaruga, perché un ventre morbido (che pure le piace e apprezza nelle donne più con forme più morbide) è segno di debolezza.
Il suo aspetto deve essere sempre impeccabile e deve avere sempre qualcosa di interessante da dire, altrimenti si sente inferiore, inadeguata, incapace. Vorrebbe riuscire a fare delle scelte per sé, ma si accorge che anche nelle occasioni più semplici, come scegliere cosa mangiare al ristorante con gli amici, lei si adegua agli altri, non sceglie mai per sé.
Tutto in Elisa parla del bisogno di proteggersi dalla relazione intima con gli altri, del dover vestire una corazza che possa proteggerla da emozioni che la potrebbero ferire. Il ventre è sede simbolica del nostro sentire. Per questa giovane ragazza deve essere duro, scolpito, con delle forme quasi maschili, per non lasciare trasparire ciò che sente nella pancia e poterlo proteggere, negando la parte più femminile ed emotiva di una morbida accoglienza. Elisa si trasforma così in un’amazzone corazzata: tutto il suo corpo è rigido e tutta la sua attività psichica è completamente rivolta alla mente, al pensiero razionale, senza che, tuttavia, sia diretto da un sentire autentico, per cui ora si sente persa.
Elisa si trova in una fase di vita delicata: è una giovane adulta che dovrebbe decidere per la sua strada, ma non è in grado di farlo: ha troppa paura di incontrare il mondo e di esserne sopraffatta. È ancora molto dipendente e vissuta da delle angosce importanti per una possibile morte (solo nella sua fantasia non ci sono situazioni di reale pericolo) dei propri familiari.
Elisa è una piccola bambina in un corpo da guerriera mascherata da adulta.
I suoi bisogni più intimi sono di essere accudita, vista, amata.
Bisogni che lei non riconosce e da cui si protegge mettendosi la corazza e negando l’emozione, ma che sono rimasti nelle memorie implicite del suo corpo, in conseguenza di un’infanzia caratterizzata da un ambiente familiare altamente conflittuale, con agiti verbali aggressivi importanti e depressione profonda di uno dei genitori.
In questo ambiente i bisogni emotivi della piccola Elisa non avevano il diritto di esistere, lei non aveva diritto di esistere con la sua instintività nel sentire. Un sentire che è stato messo a tacere, ma che non si è dileguato: vive inconsciamente in lei e la guida, in modo non funzionale, nella sua vita. All’alba dell’età adulta, quando deve scegliere per se stessa, non in grado di sentire dove vuole dirigersi, l’unico imperativo della sua psiche è “proteggiti!”.
Proteggersi da cosa? Dall’abbandono…perché se io non ho il diritto di esistere coi miei sentimenti allora devo fare di tutto per adeguarmi alle richieste esterne al fine di essere accanto allo mie figure di accudimento, ad ogni costo! Anche quello di non sentire più me stessa.
Il lavoro con Elisa è stato lungo ed intenso. Insieme, con delicatezza, abbiamo ripercorso tutta la sua storia, dando voce a tutto ciò che ha vissuto, ai bisogni e ai diritti negati, dovendo scardinare immagini idealizzate infantili che non le permettevano di diventare se stessa e vivere la propria vita.
A seguito del nostro lungo ed intenso percorso Elisa ha trovato la sua strada lavorativa, è in grado di scegliere per se stessa, non più vittima di sentimenti disorganizzati che venivano dal suo passato, e vive una relazione sentimentale stabile e armoniosa. Le angosce sono sparite. Continua ad andare in palestra, ma non più in maniera ossessiva, lo fa per il piacere di sentire il corpo, che ora può vivere autenticamente per come è, guidato da ciò che ora sente e da cui non deve più ostinatamente proteggersi.
Francesca è una donna di 52 originaria di un piccolo paesino del sud Italia, trasferita a Milano nel periodo dell’università. È sposata ed ha un figlio ed un lavoro da impiegata.
Si rivolge a me titubante a causa di periodi di umore deflesso ricorrenti fin dall’adolescenza, per cui non ha mai intrapreso un percorso in precedenza, ma ora si rende conto che non ce la fa più. Soprattutto, non vuole pesare sul marito e sul figlio e non vuole che il suo lavoro ne risenta.
Francesca è una donna un po' dimessa, casa e lavoro. Solamente nel periodo universitario, coi compagni di corso e quando ha incontrato il suo futuro marito, si è concessa dei momenti di svago, che ricorda con grande piacere.
Francesca è evidentemente appesantita da una vita in cui ha “svolto il suo dovere”, ma non si è mai fermata a chiedersi cosa sentisse e volesse veramente per se stessa. Mi dice che a volte si sente nel basso ventre una forza che non sa cosa sia e che sente deve venire fuori, ma è come se fosse bloccata e lei si sente incastrata, ma ha paura che se la libera tutta la sua vita cambierà: ha paura che i suoi cari non la riconosceranno più e la rifiuteranno, ha paura di perdere le certezze acquisite sino ad ora, con grande fatica ed impegno, ha paura di deludere la sua famiglia.
Quella forza che sente Francesca nel basso ventre è una forza femminile creatrice e generatrice che ogni donna porta dentro di sé, legata non sono alla capacità di generare figli, ma di creare e dare forma a progetti, esterni a sé e, soprattutto, portare a termine e generare pienamente se stesse. È una forza istintiva, emotiva, accogliente. È quella forza che è in grado di dare Vita.
Solo che la vitalità di Francesca è trattenuta, causando vissuti depressivi, senso di vuoto, pensieri di non meritarsi di più, paura dell’abbandono se manifesta se stessa.
Francesca ha vissuto un ambiente familiare privo di apparente trascuratezza e traumi, ma governato da una nonna ed una madre estremamente controllanti, che dirigevano la famiglia, in cui gli uomini avevano il solo compito di portare a casa i soldi, ma non avevano un’effettiva possibilità gestionale di alcun aspetto familiare.
Francesca è vissuta in un matriarcato a cui doveva fede assoluta, in cui il principio maschile, che ha lo scopo di orientare le proprie energie alla realizzazione di sé nel mondo, veniva rifiutato, svalutato, negato. Come poteva Francesca dirigere tutta la propria energia verso la realizzazione di sé se era costretta ad un’adesione incondizionata alle leggi del femminile familiare? Un femminile che non sostiene, ma soffoca; non accoglie l’individualità, ma vuole conformare. Un femminile che, senza che sia esplicitamente detto, non consente di distaccarsi, pena essere ripudiate.
Così si presenta ora Francesca: una donna che ha assunto l’identità che le si chiedeva, ha svolto i suoi “compiti” come richiesto, una donna con buoni studi universitari che si accontenta di un lavoro impiegatizio.
I suoi sogni sono popolati da figure femminili maligne: streghe, donne straniere che la rapiscono, donne malvage che entrano nella sua casa per rubarle i suoi beni più preziosi. È questo il femminile che la vive. Il lato oscuro del femminile a cui ha potuto solo sottomettersi, bloccando se stessa.
Nonostante l’insicurezza iniziale, accompagnata dal timore di perdere l’amore della sua famiglia, il lavoro con Francesca è stato proficuo. Breve, della durata di qualche mese, ma in cui Francesca ha potuto mettere a fuoco i conflitti interni che la vivevano e poter aprire una strada alla sua energia senza il senso di colpa o il timore di deludere e perdere la sua famiglia. Con delicatezza ha imparato a mettere dei limiti e dei confini, ad affermare che era un suo diritto meritarsi qualcosa in più, imparando a comunicarlo e aprendo uno spazio per una vita più ricca e armoniosa, secondo le proprie più intime aspettative.
+39 347 3616152
Piazza del Lavoro, 50 – Sesto San Giovanni (MI)

Con il termine fiducia intendiamo un sentimento di speranza sicura: la sensazione profonda che una nostra aspettativa possa essere accolta e soddisfatta.
La parola deriva dal latino fidere, “avere fiducia”, da cui nascono termini come fede, affidamento, confidare, fidanzarsi, ma anche il suo opposto: diffidenza, perfidia. Già nella sua origine linguistica, la fiducia parla di legame, di relazione, di apertura all’altro.
È importante distinguere la fiducia dalla fede.
La fede trascende l’esperienza diretta: è un atto che non necessita di prove. La fiducia, invece, si costruisce nel mondo reale, attraverso l’incontro con l’altro e il riscontro delle nostre aspettative. Ci fidiamo quando conosciamo, quando abbiamo fatto esperienza della buona intenzione, della competenza, della sincerità di una persona.
Possiamo avere uno sguardo fiducioso verso il mondo e verso gli altri, oppure essere più guardinghi e aver bisogno di molte conferme prima di affidarci.
Allo stesso modo, possiamo avere fiducia in noi stessi oppure dubitare profondamente delle nostre capacità, del nostro valore, dei nostri pensieri ed emozioni. Possiamo sentirci “non abbastanza”: non abbastanza bravi, competenti, all’altezza. Quando questo accade, tendiamo a ritirarci, a ridimensionarci, a rimanere intrappolati in pensieri ripetitivi sul passato o in uno stato d’ansia per un futuro che non riusciamo a controllare.
Ma da dove nasce, davvero, la fiducia in noi stessi?
Il nostro corpo è un sistema complesso e straordinariamente intelligente, modellato dall’evoluzione per garantire la sopravvivenza.
Il sistema nervoso autonomo regola costantemente, e in modo inconsapevole, funzioni vitali come il respiro, il battito cardiaco, la temperatura corporea. Ma non solo: il suo compito principale è quello di garantirci un senso di sicurezza.
Il sistema nervoso valuta continuamente, 24 ore su 24, gli stimoli provenienti dall’ambiente esterno per aiutarci a mettere in atto comportamenti adeguati: ci allontaniamo da ciò che percepiamo come pericoloso e ci avviciniamo a ciò che sentiamo come sicuro. Questo vale non solo per i pericoli fisici, ma anche per le relazioni.
Essendo esseri sociali, il sistema nervoso dei mammiferi – e quindi anche dell’essere umano – si è evoluto per valutare rapidamente se una relazione è sicura o meno. L’ingaggio con l’altro non è un lusso: è una necessità biologica.
La fiducia in noi stessi prende forma molto presto, nelle prime relazioni con le figure di accudimento, e lascia una traccia profonda nel corpo.
Si tratta di una memoria implicita, non cosciente, che influenza l’attivazione del nostro sistema nervoso e il nostro funzionamento psichico.
Prova a immaginare di essere un neonato.
Dopo la nascita ti ritrovi in un mondo fatto di freddo, fame, rumori intensi, luci abbaglianti, sensazioni sconosciute. Prima non era così: c’era un ambiente caldo, contenitivo, in cui ogni bisogno veniva soddisfatto senza sforzo. Ora il tuo corpo prova disagio, ma non hai ancora un pensiero che possa dare senso a ciò che accade. È il corpo a parlare, ed è l’istinto di sopravvivenza ad attivarsi.
Da solo non puoi fare nulla.
La tua sopravvivenza dipende completamente da un altro essere umano.
Quando il bisogno viene accolto, il sistema nervoso si calma, il corpo si rilassa, emerge una sensazione di sicurezza. Quando questo non accade, il sistema nervoso si attiva e rimane in allerta.
Con la crescita, questa dipendenza non scompare: cambia forma.
John Bowlby, psicoanalista e teorico dell’attaccamento, ha descritto l’attaccamento come un sistema dinamico che ha lo scopo di garantire sicurezza e protezione al bambino. Quando l’attaccamento è sufficientemente buono, si costruisce una base sicura che permette di sentirsi degni d’amore e di sviluppare fiducia in sé e negli altri.
Il bambino rimane dipendente dall’adulto per molto tempo.
E poiché non può fare a meno della figura di riferimento, farà tutto ciò che è in suo potere per mantenere la relazione, anche a costo di silenziare i propri bisogni emotivi, le proprie paure, i propri desideri. Essere amati non è solo un bisogno psicologico: è una necessità biologica.
Ma cosa significa, concretamente, sentirsi amati?
Significa avere accanto un adulto capace di sentire ciò che il bambino prova, di dargli un significato, di tenerlo nella propria mente così com’è.
Significa essere visti nella propria intimità emotiva, accolti e rispecchiati. In questo modo il bambino fa esperienza di essere efficace nella relazione: ciò che esprime ha senso, viene riconosciuto, ha valore.
Da qui nasce la fiducia: la sensazione profonda che ciò che sento, penso e faccio meriti ascolto e considerazione.
Quando questo processo viene meno, il sistema nervoso si attiva.
Il bambino può iniziare a sentire, anche senza parole: “non vado bene così”, “non sono voluto”, “quello che sento non è accettabile”. Ma non può allontanarsi: la persona da cui dipende è anche quella che lo ferisce o non lo riconosce.
Questo paradosso è un’esperienza comune. Tutti viviamo relazioni in cui amore e dolore coesistono. Tuttavia, quando il mancato riconoscimento diventa frequente, il bambino perde progressivamente il contatto con il proprio sentire. L’attenzione si sposta all’esterno: come devo essere per essere amato?
Questa allerta costante si imprime nel corpo come memoria implicita e continua a influenzare la percezione di sé e delle relazioni anche in età adulta.
Si fa fatica a sentirsi sicuri, a fidarsi del proprio giudizio, a riconoscere ciò che è giusto o sbagliato per sé. Il valore personale viene cercato nello sguardo dell’altro, nell’approvazione, nel riconoscimento esterno.
In una società che valorizza la performance, l’immagine e l’efficienza, questa ferita può riattivarsi facilmente. Quando la fiducia in noi stessi è fragile, diventiamo più vulnerabili ai modelli proposti dall’esterno e rischiamo di allontanarci ancora di più dal nostro sentire autentico, nel tentativo di ottenere quell’approvazione che è mancata.
Il corpo, intanto, continua a portare con sé la memoria di una dipendenza originaria e di un’accettazione non pienamente ricevuta.
Non si tratta di accusare le figure di accudimento.
Sono esseri umani, spesso a loro volta portatori di storie di mancato riconoscimento. Il lavoro più profondo è un altro: riconoscere ciò che non abbiamo ricevuto, i bisogni emotivi rimasti inascoltati, i diritti affettivi negati.
Riconoscere, nel senso più autentico del termine: sentire dentro di sé.
Integrare ciò che è rimasto sospeso, dare spazio agli affetti caduti nel vuoto, imparare gradualmente ad ascoltarsi, a rispecchiarsi, a prendersi cura di sé.
Non per diventare perfetti, ma per tornare interi.
Perché non dobbiamo essere perfetti per essere amati.
E non dobbiamo esserlo nemmeno per essere degni di attenzione, ascolto e fiducia.
Sara Ornaghi – Psicologa
Professionista iscritto all'Albo degli Psicologi della Regione Lombardia n. 12297
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