Chi sono

Mi chiamo Sara Ornaghi

Sono Psicologa-Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico, esperta in psicosomatica e Arteterapeuta Clinica.

La mia esperienza clinica nasce 16 anni fa e si è sviluppata in consultori, strutture ospedaliere per l’infanzia e l’adolescenza, istituti universitari, scuole e centri di formazione post-lauream.

Accanto all’attività pubblica, ho sempre portato avanti quella privata, lavorando con adulti e adolescenti.

In questi anni ho incontrato molte donne giovani, adulte, nel pieno della loro vita che si sentivano smarrite, disconnesse da sé, prive di fiducia e incapaci di trovare un senso e una direzione.

Alcune affrontavano situazioni familiari o relazionali difficili, alcune cercavano di comprendere cosa fare nella propria vita, cercando la scelta giusta per loro stesse, altre soffrivano di disturbi fisici come fibromialgia, endometriosi, psoriasi, cefalee, disturbi all’apparato genito-urinario.

Tutte avevano qualcosa in comune: una forza enorme, spesso nascosta, e un potenziale creativo bloccato dalla mancanza di senso, dalla paura e dal non sapere da dove iniziare.

È da queste storie, dai loro tentativi, dai successi e anche dagli errori, che è nato il desiderio di aiutare queste donne.

Un approccio che unisce gli anni di studio all’esperienza clinica e, soprattutto, alla mia esperienza personale.

Sì, perché anche io ci sono passata. Anch’io ho provato il medesimo smarrimento, la tensione continua, la mancanza di fiducia e il timore che la mia vita non avesse un senso.

Sara Ornaghi

Aiuto donne a ritrovarsi. Donne che si sentono vuote e spente, con scarsa fiducia in se stesse, a ritrovare una buona connessione con sè, sentire ciò che provano e dirigere la propria vita nella direzione che desiderano…senza più ansia, ruminio mentale, sfiducia. Aiuto queste donne a ritrovare la propria vitalità e il senso della vita.

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Mi fido di me

February 02, 20265 min read

Mi fido di me

Le basi evolutive della fiducia

Con il termine fiducia intendiamo un sentimento di speranza sicura: la sensazione profonda che una nostra aspettativa possa essere accolta e soddisfatta.

La parola deriva dal latino fidere, “avere fiducia”, da cui nascono termini come fede, affidamento, confidare, fidanzarsi, ma anche il suo opposto: diffidenza, perfidia. Già nella sua origine linguistica, la fiducia parla di legame, di relazione, di apertura all’altro.

È importante distinguere la fiducia dalla fede.

La fede trascende l’esperienza diretta: è un atto che non necessita di prove. La fiducia, invece, si costruisce nel mondo reale, attraverso l’incontro con l’altro e il riscontro delle nostre aspettative. Ci fidiamo quando conosciamo, quando abbiamo fatto esperienza della buona intenzione, della competenza, della sincerità di una persona.

Possiamo avere uno sguardo fiducioso verso il mondo e verso gli altri, oppure essere più guardinghi e aver bisogno di molte conferme prima di affidarci.

Allo stesso modo, possiamo avere fiducia in noi stessi oppure dubitare profondamente delle nostre capacità, del nostro valore, dei nostri pensieri ed emozioni. Possiamo sentirci “non abbastanza”: non abbastanza bravi, competenti, all’altezza. Quando questo accade, tendiamo a ritirarci, a ridimensionarci, a rimanere intrappolati in pensieri ripetitivi sul passato o in uno stato d’ansia per un futuro che non riusciamo a controllare.

Ma da dove nasce, davvero, la fiducia in noi stessi?

Una premessa corporea

Il nostro corpo è un sistema complesso e straordinariamente intelligente, modellato dall’evoluzione per garantire la sopravvivenza.

Il sistema nervoso autonomo regola costantemente, e in modo inconsapevole, funzioni vitali come il respiro, il battito cardiaco, la temperatura corporea. Ma non solo: il suo compito principale è quello di garantirci un senso di sicurezza.

Il sistema nervoso valuta continuamente, 24 ore su 24, gli stimoli provenienti dall’ambiente esterno per aiutarci a mettere in atto comportamenti adeguati: ci allontaniamo da ciò che percepiamo come pericoloso e ci avviciniamo a ciò che sentiamo come sicuro. Questo vale non solo per i pericoli fisici, ma anche per le relazioni.

Essendo esseri sociali, il sistema nervoso dei mammiferi – e quindi anche dell’essere umano – si è evoluto per valutare rapidamente se una relazione è sicura o meno. L’ingaggio con l’altro non è un lusso: è una necessità biologica.

La fiducia nasce nella relazione

La fiducia in noi stessi prende forma molto presto, nelle prime relazioni con le figure di accudimento, e lascia una traccia profonda nel corpo.

Si tratta di una memoria implicita, non cosciente, che influenza l’attivazione del nostro sistema nervoso e il nostro funzionamento psichico.

Prova a immaginare di essere un neonato.

Dopo la nascita ti ritrovi in un mondo fatto di freddo, fame, rumori intensi, luci abbaglianti, sensazioni sconosciute. Prima non era così: c’era un ambiente caldo, contenitivo, in cui ogni bisogno veniva soddisfatto senza sforzo. Ora il tuo corpo prova disagio, ma non hai ancora un pensiero che possa dare senso a ciò che accade. È il corpo a parlare, ed è l’istinto di sopravvivenza ad attivarsi.

Da solo non puoi fare nulla.

La tua sopravvivenza dipende completamente da un altro essere umano.

Quando il bisogno viene accolto, il sistema nervoso si calma, il corpo si rilassa, emerge una sensazione di sicurezza. Quando questo non accade, il sistema nervoso si attiva e rimane in allerta.

L’attaccamento come base della fiducia

Con la crescita, questa dipendenza non scompare: cambia forma.

John Bowlby, psicoanalista e teorico dell’attaccamento, ha descritto l’attaccamento come un sistema dinamico che ha lo scopo di garantire sicurezza e protezione al bambino. Quando l’attaccamento è sufficientemente buono, si costruisce una base sicura che permette di sentirsi degni d’amore e di sviluppare fiducia in sé e negli altri.

Il bambino rimane dipendente dall’adulto per molto tempo.

E poiché non può fare a meno della figura di riferimento, farà tutto ciò che è in suo potere per mantenere la relazione, anche a costo di silenziare i propri bisogni emotivi, le proprie paure, i propri desideri. Essere amati non è solo un bisogno psicologico: è una necessità biologica.

Ma cosa significa, concretamente, sentirsi amati?

Significa avere accanto un adulto capace di sentire ciò che il bambino prova, di dargli un significato, di tenerlo nella propria mente così com’è.

Significa essere visti nella propria intimità emotiva, accolti e rispecchiati. In questo modo il bambino fa esperienza di essere efficace nella relazione: ciò che esprime ha senso, viene riconosciuto, ha valore.

Da qui nasce la fiducia: la sensazione profonda che ciò che sento, penso e faccio meriti ascolto e considerazione.

Quando il riconoscimento manca

Quando questo processo viene meno, il sistema nervoso si attiva.

Il bambino può iniziare a sentire, anche senza parole: “non vado bene così”, “non sono voluto”, “quello che sento non è accettabile”. Ma non può allontanarsi: la persona da cui dipende è anche quella che lo ferisce o non lo riconosce.

Questo paradosso è un’esperienza comune. Tutti viviamo relazioni in cui amore e dolore coesistono. Tuttavia, quando il mancato riconoscimento diventa frequente, il bambino perde progressivamente il contatto con il proprio sentire. L’attenzione si sposta all’esterno: come devo essere per essere amato?

Questa allerta costante si imprime nel corpo come memoria implicita e continua a influenzare la percezione di sé e delle relazioni anche in età adulta.

Si fa fatica a sentirsi sicuri, a fidarsi del proprio giudizio, a riconoscere ciò che è giusto o sbagliato per sé. Il valore personale viene cercato nello sguardo dell’altro, nell’approvazione, nel riconoscimento esterno.

Fiducia, società e performance

In una società che valorizza la performance, l’immagine e l’efficienza, questa ferita può riattivarsi facilmente. Quando la fiducia in noi stessi è fragile, diventiamo più vulnerabili ai modelli proposti dall’esterno e rischiamo di allontanarci ancora di più dal nostro sentire autentico, nel tentativo di ottenere quell’approvazione che è mancata.

Il corpo, intanto, continua a portare con sé la memoria di una dipendenza originaria e di un’accettazione non pienamente ricevuta.

Un percorso di riconoscimento e integrazione

Non si tratta di accusare le figure di accudimento.

Sono esseri umani, spesso a loro volta portatori di storie di mancato riconoscimento. Il lavoro più profondo è un altro: riconoscere ciò che non abbiamo ricevuto, i bisogni emotivi rimasti inascoltati, i diritti affettivi negati.

Riconoscere, nel senso più autentico del termine: sentire dentro di sé.

Integrare ciò che è rimasto sospeso, dare spazio agli affetti caduti nel vuoto, imparare gradualmente ad ascoltarsi, a rispecchiarsi, a prendersi cura di sé.

Non per diventare perfetti, ma per tornare interi.

Perché non dobbiamo essere perfetti per essere amati.

E non dobbiamo esserlo nemmeno per essere degni di attenzione, ascolto e fiducia.

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Sara Ornaghi – Psicologa
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